Se i leader europei fossero loro, la piaga della Brexit sarebbe presto sanata; anzi, probabilmente non si sarebbe neppure prodotta. Giovedì 30 giugno, una settimana dopo il referendum sull’uscita dall’Ue sulla Gran Bretagna, tre baldi giovani, Giulio Saputo, Antonio Argenziano e Federico Castiglioni, sono stati ricevuti dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e con lui hanno convenuto sulla necessità di costituire un fondo europeo contro la disoccupazione e di dotare l’Europa di un Ministero delle Finanze proprio, sovranazionale, che attui politiche di sviluppo e prosegua il cammino dell’Unione sognata dai Padri Fondatori e tradita dai loro emuli.

Però, Giulio, Antonio e Federico non sono i leader europei: sono il segretario generale , il tesoriere e il portavoce della Gioventù federalista europea italiana. E il ministro Padoan è, per formazione e convinzione, senz’altro il più europeista fra i ministri del Governo Renzi, ma è solo uno degli ormai 27 ministri dell’Ue e 19 dell’Eurozona.

La delegazione della Gfe aveva chiesto di essere ricevuta da Padoan per illustrargli ‘Tre proposte per l’Europa’, un’iniziativa per fare convergere le principali realtà giovanili italiane sull’obiettivo del rilancio dell’Unione politica con una nuova spinta verso un’Europa dotata di una difesa comune, di un’economia più giusta e di una polizia federale.

Al ministro è stata presentata l’idea di un rilancio dell’economia europea, elaborata dalla Gfe insieme alla Rete Universitaria Nazionale, a Rigenerazione – Fare Ambiente Giovani ed ai giovani della Federazione Italiana Reti dei Servizi del Terziario (FIRST giovani).

E, alla luce della Brexit, indicazioni analoghe sono venute da molte istanze della società civile, oltre che da Mfe, Movimento federalista europeo, e Cime, Consiglio italiano del Movimento europeo: indicazioni per rispondere rilanciando il processo d’integrazione, non limitandosi cioè a cercare d’arginare la disgregazione.

Ma i leader veri, o almeno quelli che ne hanno il titolo, i capi di Stato e di Governo e i presidenti delle Istituzioni comuni, riuniti a Bruxelles al Vertice europeo il 28 e 29 giugno, non sono stati né cos’ coraggiosi né così determinati. A parole, vogliono fare in fretta e propongono nuovi modelli, ma di fatto restano impaniati nelle procedure e ostaggio delle paturnie britanniche.

Del resto, quelle che non mancano, all’Unione europea, sono le emergenze: quando non sai come affrontarne una, ne esplode un’altra che ti fa accantonare la prima per contrastare l’ultima. Che resta, irrisolta, in testa alla lista delle priorità, fin che un’altra non la caccia. Una girandola tragica, che produce sfiducia e che alimenta la paura.

Il Vertice europeo è un buon esempio: inizialmente pensato per affrontare il problema dei migranti, il Summit è stato poi convertito, dopo il referendum shock sull’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, sulla Brexit. La notizia dell’attentato all’aeroporto di Istanbul,, giunta a riunione in corso, l’ha poi dirottato sulla minaccia terroristica, consentendo ai capi di Stato e di governo dei 27/28 di ritrovare l’unità nella condanna della strage.

Senza però avere nel frattempo affrontato l’immigrazione e neppure cominciato a sciogliere i nodi della Brexit, per non parlare del rilancio di crescita e occupazione, che restano, insieme ai migranti, le priorità assolute per i cittadini europei, ma che i leader manco trovano più sulla loro agenda.

La condanna, la deprecazione, la solidarietà: fin qui, tutti ci mettono la firma. Ma che fare di forte, contro il terrorismo? Ora, ci pensiamo. E se nel frattempo andasse a fondo un barcone con centinaia di migranti, accantoneremo il terrorismo e torneremo a preoccuparsi dell’immigrazione. E ci attende a settembre il ritorno della Brexit: c’è sempre il vento d’un’emergenza a muovere la girandola. E l’impazienza e l’insoddisfazione dei cittadini europei.