C’era una volta il Gruppo di Visegrad: Polonia, Rep. Ceca, Slovacchia e Ungheria, quattro Paesi dell’ex blocco comunista che formavano un ‘nucleo duro’, nazionalista e sovranista, dentro l’Unione europea e ne tenevano in scacco molte politiche. Agendo coesi, avevano un peso superiore alle loro dimensioni politiche, economiche, demografiche. Adesso, l’intesa si sta sgretolando, ‘picconata’ da sussulti d’europeismo e di solidarietà dalla Slovacchia e dalla Rep. Ceca.
Il ‘no’ del Gruppo di Visegrad bastò, ad esempio, a fare saltare la decisione del 2016 di redistribuire fra i Paesi dell’Ue i migranti che via mare arrivavano soprattutto in Italia e in Grecia; e il loro ‘no’ fu determinante nell’impedire la riforma del Protocollo di Dublino sull’accoglienza dei richiedenti asilo, fino a che una sconsiderata condiscendenza italiana non rese vincolante l’unanimità e di fatto impossibile la riforma.
Il Gruppo prende il nome dalla città fortezza ungherese dove, nel 1335, si incontrarono Giovanni I di Boemia, Carlo I d’Ungheria e Casimiro III di Polonia; e dove, nel 1991, si riunirono i leader dei Paesi appena usciti dal comunismo. La coesione del mini-blocco, che ha anche attirato la Croazia nella sua orbita, teneva, nonostante sistemi politici e pulsioni ideologiche non fossero omogenei: nazionalisti, anti-russi e integralisti cattolici i polacchi; cultori della democrazia illiberale predicata dal premier Viktor Orban e islamofobi in nome del cattolicesimo gli ungheresi; populisti di destra e liberisti i cechi; populisti di sinistra gli slovacchi. I partiti al potere fanno parte di famiglie politiche diverse del Parlamento europeo: i polacchi stanno con i conservatori, insieme ai tories britannici (e a Fratelli d’Italia); gli ungheresi nel Ppe, da cui sono stati al momento sospesi; i cechi con i liberali; e gli slovacchi con i socialisti (ma c’è stato di recente un cambio della guardia al potere).
Tutti erano però uniti nel negare solidarietà ai partner europei e nel volere godere dei benefici (senza subire i vincoli) derivanti dall’appartenenza all’Unione: contavano i finanziamenti dei fondi di coesione e basta. Poi qualcosa s’è incrinato nel giochino. E chi s’era magari immaginato improbabili assi con polacchi e ungheresi, che da bravi sovranisti difendono i loro interessi e punto si preoccupano di quelli altrui, deve rifare i calcoli.
Polacchi e ungheresi tengono ancora dritta la barra nazionalista. Ma sia Jaroslaw Kaczynski, gemello di Lech, il presidente polacco morto nel 2010 in un incidente aereo a Smolensk, in Russia, sia Orban hanno rifiutato l’alleanza sovranista loro proposta da Matteo Salvini.
I primi segnali di frammentazione di Visegrad 4 sono venuti dalle elezioni presidenziali slovacche, vinte a marzo dell’avvocatessa progressista ed europeista Zuzana Čaputová, che s’è appena insediata alla guida dello Stato. A maggio, le elezioni europee sono state una cartina di tornasole, con risultati arlecchino nei Paesi del Gruppo.
In Polonia, i conservatori nazionalisti ed euro-scettici sono arrivati al 45,6%, davanti alla lista unica ‘europeista’ dei principali partiti di opposizione (38,3%); Kukiz’15, alleato del M5S, non ha passato la soglia di sbarramento del 5%. In Ungheria, l’affluenza è stata record (42,3%) e ampia la vittoria di Fidesz, il partito del premier Orban, che ha superato il 50% e ottenuto 13 seggi (gli altri 8 sono stati distribuiti fra quattro partiti). In Rep. Ceca, il partito del premier Andrej Babis è arrivato primo, con il 21% dei suffragi e 6 seggi, ma la distribuzione dei voti è molto frastagliata. In Slovacchia, infine, i progressisti europeisti della neo-presidente Čaputová hanno vinto, i socialdemocratici dell’ex premier Robert Fico hanno perso un terzo dei voti, l’estrema destra è salita al 12% (dal 2%).
Un colpo forse mortale alla tenuta poliotica del Gruppo di Visegrad può essere venuto dall’oceanica – per le dimensioni della Rep. Ceca – manifestazione di domenica scorsa contro il premier Babis. Ma il Vertice dell’Ue del 21 e 22 giugno ha mostrato che i Quattro sanno ancora far di conto: giocando sulla vocazione carbonifera di Polonia e Rep. Ceca, hanno bloccato gli ambiziosi obiettivi europei 2050 di lotta al cambiamento climatico, tenendosi una carta da giocare nella trattativa che davvero importa loro (e che deve ancora arrivare al ‘redde rationem’), quella sul bilancio Ue pluriennale 2021/’27. Lì, si batteranno per l’accesso ai fondi per la coesione, in barba alle procedure d’infrazione avviate o minacciate per il mancato rispetto di valori fondanti dell’Unione, separazione dei poteri e stato di diritto.

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È attualmente consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali; collabora con vari media (periodici, quotidiani, radio, tv) e con l’Unione europea; gestisce il sito GpNewsUsa2016.eu; tiene corsi in Università e scuole di giornalismo. Inizia l’attività giornalistica a “La Provincia Pavese” nel 1972. Dal 1976 al ’79 è alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, per la quale nel 1979 apre l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue per dieci anni la Cee e la Nato. Nel 1989 è a Roma: caporedattore Esteri, caporedattore centrale Esteri, vide-direttore. Nel 1992 è tra i fondatori dello European Press Club, di cui è tuttora segretario generale. Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 dirige l’Ansa. Dopo è successivamente direttore de l'AgenceEurope, di EurActiv.it e vice-direttore de La Presse.