Un anno fa, l’Italia prima e l’Europa intera subito dopo scoprivano d’essere stati attaccati e invasi dal coronavirus. Covid-19, epidemia, pandemia divennero parole chiave della nostra dieta informativa quotidiana, così come chiusura – presto tradotto lockdown, che suona più terrificante perché nessuno sa che cosa vuol dire -.

Reazioni diverse. Difensive senza riuscire a essere preventive in Italia, Germania, Francia, Spagna e altrove; permissive nel sogno dell’immunità di gregge in Gran Bretagna, Svezia e altrove. Un mese, due mesi, tre mesi, ci illudevamo che ne saremmo usciti. E’ passato un anno e ci siamo ancora dentro – ma, con i vaccini, abbiamo adesso una speranza di venirne fuori -.

Di fronte alla minaccia, l’Unione europea seppe trovare uno scatto di solidarietà e d’integrazione, non sul fronte della sanità, che non è una sua competenza, ma della risposta alla crisi economica: mise a disposizione degli Stati strumenti finanziari nuovi, il Sure, e strumenti eccezionali, il Mes; sospese il Patto di Stabilità e incoraggiò la Bce a proseguire le pratiche pro – ripresa: soprattutto lancio quel Ricovery Fund divenuto Next Generation Eu cui sono ora appese le speranze di riscatto da un anno nero.

Ma, forse sfiancata dallo sforzo, magari un po’ frustrata da insuccessi e contrattempi fronte vaccini, l’Ue sembra già ritrovare i suoi ritmi e le sue esitazioni. Il Covid-19 arrivò quando stava per partire la Conferenza sul futuro dell’Europa, esercizio rifondativo dell’Unione che doveva durare due anni e concludersi nella primavera 2022. Tutto s’è fermato e, ora che la Conferenza potrebbe rimettersi in moto, lo slancio s’è perso e la burocrazia impastoia tutto.

Le istituzioni europee si impantanano sulla ‘governance’ della Conferenza, che doveva essere – dice Pier Virgilio Dastoli, presidente del Movimento europeo – “il luogo della democrazia partecipativa e che si sta trasformando in un tempio bizantino di conflitti fra istituzioni, cui saranno associati cittadini estratti a sorte”: quando “la democrazia diventa una lotteria”.

Accade a Bruxelles, ma anche nelle capitali dei 27. Ad oggi solo sette Parlamenti nazionali su 27 hanno dato il loro assenso all’aumento del massimale del bilancio europeo al 2% del Pil Ue. E, attenzione!, il Next Generation Eu partirà solo dopo che l’aumento sarà stato approvato da tutti e 27 i Parlamenti nazionali.

E intanto Austria e Danimarca rompono l’unità sui vaccini e vanno a farne shopping in Israele. Ci siamo già dimenticati ‘l’unione fa la forza’ e siamo tornati al ‘chi fa da sé fa per tre’.

Ue

 

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È attualmente consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali; collabora con vari media (periodici, quotidiani, radio, tv) e con l’Unione europea; gestisce il sito GpNewsUsa2016.eu; tiene corsi in Università e scuole di giornalismo. Inizia l’attività giornalistica a “La Provincia Pavese” nel 1972. Dal 1976 al ’79 è alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, per la quale nel 1979 apre l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue per dieci anni la Cee e la Nato. Nel 1989 è a Roma: caporedattore Esteri, caporedattore centrale Esteri, vide-direttore. Nel 1992 è tra i fondatori dello European Press Club, di cui è tuttora segretario generale. Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 dirige l’Ansa. Dopo è successivamente direttore de l'AgenceEurope, di EurActiv.it e vice-direttore de La Presse.