Se Brexit ha da essere – e non ve n’è dubbio -, che Brexit sia davvero: chiara e netta, percepibile ed intellegibile a tutti i cittadini che restano nell’Unione ed ai britannici che se ne vanno. L’intesa che si cerca non dovrà mascherare il divorzio: dovrà renderlo gestibile, favorire un rapporto civile e, se possibile, collaborativo fra gente che non vive più sotto lo stesso tetto. E’ di queste ore la notizia che l’accordo, suggellato da breakfast di lavoro a Bruxelles martedì 9 dicembre, fra i presidenti della Commissione europea e del Consiglio europeo Jean-Claude Juncker e Donald Tusk e la premier britannica Theresa May, è stato avallato dal Vertice dei leader dei 27.
La trattativa ha già consumato oltre la metà dei poco più di mille giorni disponibili tra il referendum sulla Brexit del 23 giugno 2016 e la data decisa per legge dal Parlamento britannico perché la Brexit si compia, il 29 marzo 2019. Ma, a questo punto, sui tre scogli iniziali, c’è un’intesa sufficiente perché avvenga il passaggio alla seconda fase del negoziato.
Tutto bene, dunque, dopo i sussulti degli ultimi giorni, anche se c’è voluta più di metà del tempo per fare il primo passo, anzi i primi tre passi. E ne resta meno della metà, esattamente 476 giorni, per fare tutto il resto. Che, essendo quel che resta da fare, è, ovviamente, la parte più difficile, nota il capo dei negoziatori Ue, l’ex ministro francese ed ex commissario europeo Michel Barnier.
Per ora, si sono fatti i conti con il passato: i soldi che Londra deve versare nelle casse di Bruxelles, ad onorare gli impegni già sottoscritti; lo statuto dei cittadini dell’Ue in Gran Bretagna (e viceversa quello dei cittadini britannici nell’Unione europea); e, infine, ed è stata la questione più delicata, perché toccava equilibri interni al governo britannico, dove i nazionalisti protestanti dell’Ulster sono soci di mini-minoranza, ma indispensabili, la situazione della frontiera tra Ulster ed Eire, l’unico confine terrestre tra l’insulare Gran Bretagna e l’Ue.
Barnier ammonisce: “Non tutti hanno ancora capito che certi punti non saranno negoziabili”, specie per quanto riguarda il mercato interno e le sue quattro libertà (circolazione di beni, capitali, servizi e persone). Anche il presidente Tusk concorda che “la sfida più difficile è ancora davanti a noi”; e, prendendo il privato a modello del pubblico, spiega: “Rompere è difficile, ma rompere e costruire una nuova relazione lo è molto di più”. Dopo che “tanto tempo è stato dedicato alla parte più facile del compito, ora per negoziare un accordo transitorio e il quadro della nostra futura relazione abbiamo di fatto meno d’un anno”, perché poi, prima del 29 marzo 2019, bisognerà avere il tempo delle ratifiche.
E il babbo non potrà continuare a restare in casa, dormendo sul sofà, per mascherare la separazione ai bimbi: dovrà andare a stare altrove.

 

Brexit

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È attualmente consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali; collabora con vari media (periodici, quotidiani, radio, tv) e con l’Unione europea; gestisce il sito GpNewsUsa2016.eu; tiene corsi in Università e scuole di giornalismo. Inizia l’attività giornalistica a “La Provincia Pavese” nel 1972. Dal 1976 al ’79 è alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, per la quale nel 1979 apre l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue per dieci anni la Cee e la Nato. Nel 1989 è a Roma: caporedattore Esteri, caporedattore centrale Esteri, vide-direttore. Nel 1992 è tra i fondatori dello European Press Club, di cui è tuttora segretario generale. Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 dirige l’Ansa. Dopo è successivamente direttore de l'AgenceEurope, di EurActiv.it e vice-direttore de La Presse.