Il 7 febbraio 1992, trent’anni fa, veniva firmato a Maastricht, sulla Mosa, in Olanda, il Trattato sull’Unione europea: i 12 Paesi membri dell’allora Comunità europea sancivano la nascita dell’Unione europea e, in prospettiva, della moneta unica. Il Trattato, che sarebbe entrato in vigore il 1º novembre 1993, definiva i cosiddetti tre pilastri dell’Unione, politico, economico e sociale, fissando le regole e i parametri necessari per l’ingresso di nuovi Stati (i ‘parametri di convergenza’ di Maastricht). In trent’anni, l’Ue è cresciuta da 12 a 27 Paesi, nonostante la defezione britannica; e i membri dell’euro, che inizialmente dovevano essere una mezza dozzina, sono 19; ma ci sono pure state battute d’arresto e passi indietro e le crisi globali hanno lasciato il loro segno. Così, molto resta ancora da fare sulla via dell’integrazione, verso la meta ultima e irrinunciabile d’uno Stato federale europeo, gli Stati Uniti d’Europa.

La firma del Trattato fu un momento procedurale solenne, ma senza il pathos dell’incertezza. Che c’era invece stato alla stretta finale del negoziato politico, cioè al Vertice di Maastricht dal 9 all’11 dicembre 1991. Io seguii quella trattativa come inviato dell’ANSA.

Alle 01.43 dell’11 dicembre, dopo due giorni di discussioni serrate e complicate, e 15 ore ‘no stop’, il cui esito positivo non era affatto scontato, stante, in particolare, le remore britanniche e danesi, l’Agenzia diramava un mio dispaccio: “I Dodici hanno varato l’Unione politica ed economico – monetaria, raggiungendo, in chiusura del Vertice di Maastricht, un accordo di compromesso importante, anche se ‘zoppo’ nella politica sociale per il no britannico”.

La notizia proseguiva: “Il Trattato, che i leader dei Paesi della Cee hanno finalmente definito dopo la mezzanotte, indica modi e tempi di un’ Unione ancora imperfetta e rafforza pure la prospettiva degli Stati Uniti d’ Europa, pur senza indicare l’obiettivo federale”.

A negoziare intesa, sotto la presidenza di turno del premier olandese, il socialista Ruud Lubbers, c’erano Francois Mitterrand e Helmut Kohl, John Major e Felipe Gonzalez e molti altri ‘tenori’ della politica europea. ‘Italia era rappresentata da Giulio Andreotti, presidente del Consiglio, e Gianni De Michelis, ministro degli Esteri.

Le decisioni del Vertice di Maastricht furono il coronamento di una fase entusiasmante – e rimasta da allora senza eguali – dell’integrazione comunitaria, in cui l’Italia fu a più riprese protagonista e che ebbe il suo motore nella Commissione europea presieduta da Jacques Delors. Tutto era partito dal Vertice di Milano, sotto presidenza di turno italiana. nel giugno 1985, che suggellò l’adesione alla Cee di Spagna e Portogallo e prese la decisione di completare il mercato unico.

Ma i prodromi del percorso di crescita dell’integrazione s’erano visti con la Dichiarazione solenne sull’Unione europea adottata dal Consiglio europeo di Stoccarda nel giugno 1983, che, su input tedesco e italiano, prospettava la realizzazione di un’unione politica. Un anno dopo, il Vertice di Fontainebleau chiudeva il ‘contenzioso britannico’ che per quattro anni aveva paralizzato la Cee.

In parallelo, il Parlamento europeo eletto a suffragio universale, aveva prodotto, sotto la spinta e con la visione di Altiero Spinelli, un suo progetto d’Unione europea.

Nel 1989, il crollo del comunismo e la riunificazione tedesca, resa possibile dalla caduta del Muro di Berlino, crearono il clima e le condizioni per dare finalmente corpo all’idea di Unione europea. Tutto avvenne in tempi molto stretti, per gli standard europei: nella prima metà del 1990, i Vertici di Dublino rilanciarono l’idea di Stoccarda e l’impegno in prospettiva di Milano per l’Unione, convocando una conferenza inter-governativa (Cig) preliminare; alla fine del 1990, sotto presidenza di turno italiana, il Vertice di Roma definì il mandato della Cig, i cui lavori durarono poi un anno e culminarono nell’accordo al Vertice di Maastricht, cui si giunse con molti punti ancora aperti. E l’incertezza si sciolse solo dopo la mezzanotte del 10.

All’alba, nel viaggio di ritorno da Maastricht, con un gruppo di valorosi, bravissimi e stanchissimi colleghi, in ordine alfabetico Fabio Cannillo, Paolo Lepri, Stefano Polli, Enrico Tibuzzi, eravamo tutti un po’ euforici d’essere stati spettatori d’un momento storico dell’integrazione europea. E tutti speravamo che il cammino verso l’Unione e verso gli Stati Uniti d’Europa fosse ormai tracciato e potesse essere rapidamente percorso, più rapidamente di quanto non sia poi avvenuto e non stia avvenendo.

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È attualmente consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali; collabora con vari media (periodici, quotidiani, radio, tv) e con l’Unione europea; gestisce il sito GpNewsUsa2016.eu; tiene corsi in Università e scuole di giornalismo. Inizia l’attività giornalistica a “La Provincia Pavese” nel 1972. Dal 1976 al ’79 è alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, per la quale nel 1979 apre l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue per dieci anni la Cee e la Nato. Nel 1989 è a Roma: caporedattore Esteri, caporedattore centrale Esteri, vide-direttore. Nel 1992 è tra i fondatori dello European Press Club, di cui è tuttora segretario generale. Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 dirige l’Ansa. Dopo è successivamente direttore de l'AgenceEurope, di EurActiv.it e vice-direttore de La Presse.