L’Atlantico torna ad allargarsi, perché gli alleati europei degli Stati Uniti vedono deluse, se non tradite, parte delle speranze riposte in Joe Biden: nulla in confronto all’imbarazzo e allo sconcerto causati da Donald Trump, ma la percezione di non essere in cima ai pensieri dell’attuale inquilino della Casa Bianca. E’ quasi una costante nel XXI Secolo e non è solo ‘colpa’ dell’America: l’Europa fa poco per contare di più.

Biden guarda soprattutto alla Cina e se ne preoccupa: senza consultare gli alleati europei, fa scelte che incendiano il Pacifico non solo commercialmente, ma anche militarmente, e che alzano il livello del confronto tra Washington e Pechino. Se ne potrà parlare al Vertice del G20 a Roma a fine mese, se non sarà una messa cantata.

A sentire Biden, sembra che tutto vada a gonfie vele: “E chiaro che la nostra economia sta tornando alla normalità” dopo la pandemia, “nonostante le sfide poste dalla variante Delta”, dice il presidente citando, tra i “segnali di progresso”, il calo delle richieste di disoccupazione settimanali scese sotto quota 300 mila per la prima volta da inizio contagio, la riduzione più veloce della disoccupazione dal 1948, con i 600 mila nuovi posti di lavoro creati dal suo insediamento, la diminuzione dei casi di Covid in 39 Stati su 50 e la riduzione dei non vaccinati a 66 milioni – a luglio erano quasi 100 -.

“Stiamo andando nella giusta direzione”, afferma il presidente. Ma i sondaggi gli sono sfavorevoli: secondo la Quinnipiac University, solo il 38% degli americani ne approva l’operato, in calo rispetto al 42% di settembre e al 50% di inizio mandato. E i problemi in prospettiva s’accumulano, in vista del test politico del 2 novembre, quando Virginia e Louisiana eleggeranno i loro governatori, mentre New York sceglierà il suo nuovo sindaco.

La corsa in Virginia è la più significativa ed è estremamente incerta, a un anno dal voto di midterm del 2022, che rischia di trasformare il presidente in un’anatra zoppa, se dovesse perdere il controllo di uno dei rami del Congresso – il Senato è in biblico, 50 a 50 -.

Fra le grane interne, il braccio di ferro legale e legislativo con gli Stati repubblicani più conservatori sull’aborto e sul diritto di voto; e il negoziato non ancora concluso con il Congresso su come finanziare i programmi di investimento per rilanciare l’economia dopo la pandemia.

Un risultato positivo è stato il via libera della Camera e del Senato all’accordo per innalzare il tetto del debito di 480 miliardi di dollari fino al 3 dicembre ed evitare così quella che sarebbe stata tecnicamente una bancarotta.

Senza contare i fronti internazionali: il confronto a tutto campo con la Cina, in attesa d’un bilaterale, sia pure virtuale, entro fine anno, con il presidente cinese Xi Jinping; e gli impegni da assumere o confermare al Vertice del G20 di Roma a fine mese e alla conferenza di Glasgow sull’ambiente, nella prima metà di novembre.

 

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È attualmente consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali; collabora con vari media (periodici, quotidiani, radio, tv) e con l’Unione europea; gestisce il sito GpNewsUsa2016.eu; tiene corsi in Università e scuole di giornalismo. Inizia l’attività giornalistica a “La Provincia Pavese” nel 1972. Dal 1976 al ’79 è alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, per la quale nel 1979 apre l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue per dieci anni la Cee e la Nato. Nel 1989 è a Roma: caporedattore Esteri, caporedattore centrale Esteri, vide-direttore. Nel 1992 è tra i fondatori dello European Press Club, di cui è tuttora segretario generale. Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 dirige l’Ansa. Dopo è successivamente direttore de l'AgenceEurope, di EurActiv.it e vice-direttore de La Presse.