“In principio era la parola, e la parola fu fatta carne”. Le parole furono i primi algoritmi umani. Nella sua Scienza Nuova, Giambattista Vico fornisce ancora la spiegazione più affidabile e semplice di come le parole siano nate da enunciati, grida e grugniti che accompagnavano ed estendevano gesti e movimenti. Prima della comparsa e dello sviluppo delle parole, i sensi erano i principali algoritmi che guidavano l’azione e il comportamento, non solo dell’uomo ma di tutti gli animali. Per gli animali, in genere, i sensi erano sufficienti; guidavano e producevano l’ordine sociale. Con i sensi c’è poca o nessuna separazione tra esperienza e interpretazione. Sentire qualcosa è già un’interpretazione di quel qualcosa. Sono le parole che hanno introdotto una separazione tra esperienza e interpretazione (da significante a significato), ma le parole sono rimaste subordinate ai sensi finché non sono state scritte, come ha osservato anche Vico. Formalizzando e stabilizzando le relazioni tra parole e significato, la scrittura ha ristretto la gamma dei significati possibili. E le parole così hanno assunto la funzione algoritmica dei sensi. Ma le parole sono ancora algoritmi molto sciolti, così sciolti che dall’esegesi biblica e dall’ermeneutica a Wittgenstein, la filosofia – e poi la semiotica – hanno fatto sforzi disperati per renderle più circoscritte. Ora la digitalizzazione  potrebbe essere in grado di eliminare del tutto l’interpretazione, concentrandosi non sul significato ma sulle parole stesse. Ecco perché la trasformazione digitale e l’intelligenza artificiale che la sta guidando stanno detronizzando il significato rendendolo più o meno inutile per far funzionare il mondo.

Ciò che intendo per algoritmo è qualsiasi cosa che induce un comportamento – tecnico, sociale o personale – in un ordine coerente. Non è infallibile – né lo è l’IA – ma nel complesso  sembra funzionare meglio del caotico mondo delle parole . La battaglia delle parole è persa? Con fake news e negazione delle scienze, obiettività e  buonsenso sono stati messi in fuga, le opinioni  diffuse a  macchie d’olio sul mare del significato creano mulinelli avvolgenti. La chiamano “post-verità”, come se la verità fosse sempre stata disponibile prima. Finnegan’s Wake di Joyce ha suonato il grido di battaglia, primo festival di sovrapposizioni quantistiche dei significati. La fisica quantistica e le figure tecnologiche che sta già producendo diventeranno il prossimo terreno della cultura. La domanda è: includerà l’umanesimo?

Per rispondere a questa domanda, è importante conoscere  la base, il terreno che abbiamo sotto i piedi: the ground come dicono gli inglesi. Come la terra fa i fiori, il nostro modo di vivere  produce comportamenti. L’umanità ha sperimentato già due grandi sistemi e si prepara ad esplorarne un terzo. Il primo è legato al linguaggio  il cui scopo e principio era – ed è ancora – produrre significato,  da questo principio sono emerse numerosi figure che danno o cercano un significato. Il logocentrismo, un’altra parola per stabilire il linguaggio come fondamento, è la base di alcune delle più grandi narrazioni del mondo. La ricerca di senso, fin dall’inizio, conduce a divinità, prima della natura, poi della cultura, poi del ‘popolo’, poi delle persone. Il cristianesimo era la religione delle persone nata dall’alfabetizzazione che metteva il linguaggio stesso – non solo le idee e l’immaginazione – sotto il controllo personale.  Ecco quando e perché è iniziato l’umanesimo occidentale ( Dio dà input alla propria produzione di senso ma poi  il suo mondo si secolarizza rapidamente…). Con le religioni, gli uomini si sono sottomessi volentieri alle finzioni che hanno creato per consolidare un significato globale, l’arci-algoritmo, si potrebbe dire. Il terreno del linguaggio ha prodotto diversi corollari, o sotto campi, a seconda di come ha condizionato e modellato i sistemi di scrittura, per esempio le lingue polisillabiche come l’indoeuropeo erano tutte orientate verso rappresentazioni fonologiche, mentre quelle monosillabiche come il cinese mandarino, erano obbligate a ricorrere alla pittografia per disambiguare tra miriadi di omonimi. Il fatto interessante che può essere legato al loro diverso rapporto con il significato è che i Cinesi, anche se non del tutto privi di religioni (taoismo, confucianesimo, e quelle straniere come il cristianesimo, il buddismo e l’islam che tollerano a malincuore), in realtà non hanno Dii. Nel corso dei millenni, hanno rispettato profondamente la saggezza ma non hanno ceduto alla necessità di divinizzare i loro saggi, come hanno fatto i cristiani o i buddisti per Cristo e Buddha. Quindi, si potrebbe sostenere che una forma genuina di umanesimo è iniziata in Cina molto prima che in Occidente. Ci sarebbe molto altro da dire sul terreno della lingua e sulle sue conseguenze, tra cui l’umanesimo e, di fatto, anche l’idea stessa di distinguere e privilegiare radicalmente gli ‘umani’ sugli altri animali, ma passiamo oltre.

Il nuovo non è la parola, ma la cifra e tra i suoi principi c’è quello di tradurre tutte le lingue, tutti i sensi, tutta la materia, di fatto, nel più piccolo comune denominatore possibile, il codice binario di 0 e 1. E anche questa condizione binaria può essere in parte ridotta a uno, semplicemente accendendo e spegnendo uno. Questo mette un po’ tutti i significati sullo stesso piano, tutti inghiottiti dal singolo ambiente digitale: accesi e spenti a richiesta. Per le operazioni digitali, il significato è solo un accessorio, occasionalmente utile ma generalmente non necessario. Uno degli effetti più ironici della digitalizzazione è che può tradurre tutte le lingue del mondo senza conoscerne neanche una. Un altro principio è gemellare l’hardware con il software, cioè rendere intelligenti sia gli oggetti inanimati che quelli animati. Ed è qui che entra in gioco l’IA. Per il bene dell’ordine, tutto deve diventare consapevole e rispondere a tutto, umani e strumenti inclusi. Se c’è una possibilità per l’umanità di regolare il cambiamento climatico e sopravvivere, è lì che si trova. Ma per il momento non ci siamo affatto vicini. Questo probabilmente deve aspettare il prossimo terreno. Detto questo, l’IA è compatibile con l’umanesimo? Ho motivi per dubitarne, almeno nella sua versione occidentale, ma non necessariamente in quella cinese. Tutto dipende se stiamo parlando di esseri umani come individui o come collettività. Dando la priorità al benessere sociale rispetto a quello individuale, i Cinesi sono perfettamente a loro agio nell’essere diretti da algoritmi e “crediti sociali”.

L’umanesimo occidentale è impegnato nell’individualismo, nel diritto alla libertà di coscienza e alla privacy della propria mente, condizioni di cui la democrazia non può fare a meno. Anche se gli occidentali in generale credono ancora di avere la libertà di coscienza, ignorando non sinceramente  che le loro scelte sono fatte per loro dagli algoritmi, la loro privacy è “over”, come ha osservato allegramente Mark Zuckerberg qualche anno fa. In Occidente – come in Oriente, ma per ragioni diverse e in modi diversi – i movimenti e le azioni di tutti, dentro e fuori, on e offline, sono tracciati, registrati e catalogati. Tali movimenti e azioni sono ancora la base per trarre inferenze su cosa e come pensano quelle menti “private”, ma è solo una breve questione di tempo prima che venga inventato qualche aggeggio intelligente che entri in quelle menti per prevedere e controllare meglio il comportamento. L’umanesimo occidentale richiede una separazione netta tra le persone, permettendo loro non solo di creare e sviluppare opinioni individuali, teorie, prodotti e forme d’arte, ma anche di rispettare il terreno comune dei significati come ‘oggettivi’, che significa ‘indipendenti dalle loro opinioni’, e il riconoscimento che tali opinioni soggettive sono permesse a condizione che siano solo proposte, non imposte agli altri. Questo non è quello che succede oggi. L’opinione di tutti viene imposta a tutti gli altri nei social media senza la minima considerazione per qualche riferimenti consensuali.

È ora di affrontarlo: la trasformazione digitale non è più – ma nemmeno meno – interessata agli esseri umani di quanto non lo sia al significato. Gli umani sono un accessorio ancora utile perché, come suggeriva argutamente McLuhan: “L’uomo diventa, per così dire, l’ organo sessuale del mondo delle macchine, come l’ape del mondo vegetale, permettendogli di fecondare ed evolvere in forme sempre nuove. “Sappiamo cosa sta succedendo alle api e questo serve da avvertimento. La tecnologia ha bisogno della biologia per andare avanti e ha bisogno di idee, invenzioni e sviluppo, ma non si preoccupa molto dei valori. L’umanesimo, invece, è fondamentalmente un sistema di valori. Può ancora essere proposto come baluardo contro la razionalità impazzita dell’IA? Può darsi. Sta ancora funzionando ragionevolmente bene come dispositivo di frenata, ispirando i programmatori dell’IA ad analizzare i pregiudizi automatici. Così come gli occidentali devono continuare a intrattenere l’illusione cristiana di essere “auto-diretti”, devono tenere in sospeso i valori umanistici, almeno finché non saremo ben dentro il terzo terreno, quello dell'”ecologia quantistica” che ha il potere globale di rendere tutto consapevole di tutto contemporaneamente.