L’umanesimo digitale è un ossimoro, una contraddizione in termini? La trasformazione digitale (di solito scritta con le maiuscole, come per definire un’era) non sta accadendo solo per servire le persone ma per trasformarle, capovolgerle. Coloro che parlano dell’umanesimo digitale rivelano inconsapevolmente il desiderio di prolungare la presenza e l’esperienza diretta della sensibilità rinascimentale e modernista su ciò che deve essere umano una volta che la trasformazione sarà terminata. Va notato che, proprio mentre i signori del Rinascimento si tuffavano nel loro nuovo ruolo quasi inconsapevoli, noi digitalizzati ci scivoliamo dentro senza troppe preoccupazioni  di perdere qualcosa, benché per quanto riguarda il mio punto di vista, si tratta del nostro stesso io. Ma il sé è come un buon cavallo sul quale sei seduto e procedi nel commino della tua vita, gli sei affezionato, sei contento di averlo e quindi sarebbe triste perderlo, ma questo, purtroppo, è il destino che intravedo per tutti noi.

C’era una volta, la mente umana interamente contenuta nel corpo del pensatore. Cogito, ergo sum. Ormai non è più così.  Quando stiamo cogitando, ergo sum  non è più ma vale il concetto di “Distribuiamo” le nostre attività cognitive, deleghiamo la maggior parte delle nostre facoltà allo smartphone, alla nostra domestica digitale, la memoria al telefono, il giudizio al I.A. e il nostro sé al nostro “gemello digitale”.  Alexa o Siri fra un paio d’anni sapranno molto di più  su di te steso  che tu stesso e poi prenderanno le decisioni per te (come un’auto a guida autonoma, ma, in questo caso, guidando la nostra vita).  E allora mi chiedo dove è finito il vecchio sé umanista in questa fase?

Questi sono tempi esplosivi  e li stiamo attraversando. Nessun singolo punto di vista può essere di grande utilità. Le istituzioni mancano di visione. Per mancanza di saper cercare la giusta via, tendono a ricadere su dove erano, cioè nell’umanesimo passato. In un’era di transizione, potrebbe essere saggio fermarsi un attimo, non precipitarsi a capofitto non si sa bene dove. Quindi, cosa può fare la comunità scientifica difronte a questa sfida? 

Il mio invito è di evitare d trasportare categorie, logiche e pensieri dedicati a valori umanistici irrilevanti per il momenti in quanto non utili per giudicare e agire in una situazione che non è ancora comprensibile.  E poi ancora di aprire la mente a condizioni epistemologiche diverse chiedendo aiuto a tutti. Ovvero accettando di adottare e sostenere la ricerca transdisciplinare anziché insistere sull’isolamento della specializzazione.  In fine , ma non ultimo sviluppare un approccio rigoroso alla conoscenza e al controllo dell’uso e dell’abuso delle istruzioni algoritmiche. 

Se la comunità scientifica non agisce ora per garantire una coesistenza armoniosa tra robot e umani, intelligenza artificiale e servizi, l’ambiente algoritmico si auto-organizzerà per colonizzarlo e saremo davvero destinati a tornare, come diceva McLuhan, organi sessuali delle nostre macchine.

Dipende davvero da ciò che vogliamo essere, una persona o l’estensione di un sistema simbiotico  che è sul punto di diventare autonomo. L’umanesimo è un’opzione, così come la democrazia, ma non ha  sembra desinato alla sopravvivenza. 

Ciò che prevedo è la regolamentazione radicale e dettagliata della sfera sociale da parte dell’automazione, vale a dire tutti sotto stretto controllo, non a scopo di lucro ma per sicurezza e protezione ambientale. A quel punto poi, tutti i contenuti dell’umanesimo, compresa la responsabilità e la privacy, saranno emigrati sullo schermo e nelle reti.