di MICHELE MEZZA  –

Due milioni e mezzo di articoli di stampo giornalistico al giorno sui social network. Questa cifra, fornita nel corso del dibattito dal sottosegretario Peluffo, forse è quella che da una risposta ai molti interrogativi posti dall’ultimo rapporto sullo stato di salute della stampa in Italia, presentato mercoledì 18 aprile dal Presidente della Fieg Anselmi. Tutti i trend descritti dal rapporto (diffusione, fatturato, pubblicità, utile e margine operativo) sono in caduta. Tutti gli intervenuti hanno constatato che siamo all’intersezione fra una crisi congiunturale e una di natura strutturale. Ma il nodo, su cui ancora pochi sono gli elementi analitici condivisi riguarda proprio il confine fra i due fenomeni: siamo nel pieno di una trasformazione di genere o ancora gli aspetti legati alla più generale crisi economica dominano il quadro generale? E’ questa la vera domanda. E il dato dell’alluvionale offerta di informazione che ha illustrato il dottor Peluffo sembra dare forse una sterzata decisiva al confronto. Siamo infatti in presenza di quello che gli economisti chiamano disaccoppiamento di lunga fase, un fenomeno dove due aspetti, fino ad allora strettamente connessi, si dividono e accelerano lungo linee assolutamente divergenti. La domanda d’informazione oggi sembra separarsi in maniera inequivocabile dalla domanda di media, cartacei o elettronici.Più ancora, analizzando accuratamente i dati dello studio Fieg, si arriva alla conclusione che ad entrare in crisi oggi è l’identificazione fra l’oggetto giornale e il prodotto news.
L’impennata, rispetto al declino ad un ritmo che ormai si attesta a circa il 4-5% all’anno di diffusione e pubblicità, dei fattori dell’offerta di informazione on line-utenti, inserzioni,spesa-ci indica che quella è ormai la frontiera: un giornale è tale se sta sul web. Ma un giornale sul web deve starci come pretende il Web, ossia secondo l’inesorabile formula 24/7, ossia funzionando 24 ore al giorno per sette giorni alla settimana. Questo implica una riconfigurazione radicale della macchina giornale e delle figure professionali che vi collaborano, a cominciare dal rapporto fra autoproduzione e remix delle news. “Ormai- come spiega ai suoi redattori il capo del Washington Post, Marcus Brauchli – dobbiamo capire che in rete c’è sempre qualcuno che ne sa più di noi e lo dice prima”. In mezzo a quei due milioni e mezzo di articoli che ci allagano lo schermo tutti i giorni c’è sempre la risposta ad ogni domanda di ogni singolo lettore. Per questo oggi il baricentro del modello industriale tende sempre più a spostarsi sulla capacità di selezionare e contestualizzare il singolo contenuto per il singolo lettore. A fronte di questo servizio, e non di un prodotto standard uno per tutti, forse si può convincere la moltitudine dei lettori a pagare quotidianamente la certezza di sapere meglio e prima quello che si cerca.
Al di sotto di questa soglia c’è la contemplazione di un declino che rischia in tempi rapidi di diventare una rotta.

Michele Mezza

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