Che cosa conta di più nella campagna per la presidenza negli Stati Uniti?, che cosa porta più voti?, un tweet ben riuscito?, o un dollaro di finanziamento? L’esito di Usa 2012 nell’Election Day del 6 novembre corre anche sul filo delle risposte e questi interrogativi. Se un dollaro vale, in termini di voti, più di un tweet, vantaggio a Mitt Romney, perché il candidato repubblicano riempie i forzieri grazie ai finanziamenti della finanza e della grande industria. Se, invece, la mobilitazione dei social networks è più efficace, vantaggio a Barack Obama, il presidente in carica, democratico, finora più abile del rivale nello sfruttarli.

In quel campo, Obama ha, dalla sua, il vantaggio dei numeri, dell’età e dell’esperienza: 18 milioni di seguaci su Twitter, a fronte dei ‘soltanto’ 800mila di Romney. Cifre che, da sole, mostrano come i social networks sono ormai componente essenziale e inevitabile della campagna presidenziale negli Stati Uniti, accanto ai dibattiti televisivi, alle conventions e agli eventi per la raccolta di fondi (e di consensi). Non è certo una novità che Internet sia protagonista di una campagna  – l’esplosione dei social networks avvenne nel 2008, proprio con Obama, che ne fece uno strumento di persuasione, ma pure di finanziamento. Ma, forse, è la prima volta che i dati del web, divenuti così importanti, vengono vivacemente messi in discussione.

Una ricerca della società Digital Evaluations di Londra inficia in modo bipartisan la credibilità del numero dei followers su Twitter. E i due campi si scambiano accuse a chi bara di più: gli ultimi a sparare sono stati i repubblicani, che sostengono che il presidente si sia raddoppiato i seguaci. Ma affidiamoci a chi affronta la questione in modo scientifico, o quasi. E teniamo presente che i dati sono precedenti alle conventions.

La società britannica, specializzata nella valutazione dei numeri reali sui social networks, ha compiuto un’analisi su un campione casuale di 90 mila followers sia per Obama che per Romney, giungendo alla conclusione che circa il 29,9% di quelli del presidente e il 21,9% di quelli dello sfidante sono molto probabilmente fasulli, cioè sono stati creati da computer robot. A questi, bisogna poi aggiungere i profili la cui natura è incerta, rispettivamente il 13,5% e il 14,7%, e i profili non visibili perché potetti, rispettivamente l’11,6% e il 13,6% per Romney.

I risultati di Digital Evalutations si innescano su una polemica sollevata da un’azienda di sicurezza americana, la Barracuda Labs, che ha denunciato il fiorire di un mercato nero di finti followers ed ha accusato il repubblicano Romney di esserne cliente: il candidato conservatore alla Casa Bianca  potrebbe avere comprato un sesto dei suoi contatti.

Per Digital Evaluations, i seguaci sicuramente umani su Twitter di Obama e di Romney sono meno della metà di quelli dichiarati: poco più del 45 % per il presidente e poco meno del 50% per lo sfidante. L’analisi britannica non dice, però, nulla sull’eventuale acquisto di followers da parte d’Obama e di Romney per gonfiare le proprie liste. Ma vendere seguaci è ormai diventata un’attività economica: i siti web che offrono questo servizio sarebbero centinaia e la concorrenza tiene bassi i prezzi. Sono persino nati mercatini virtuali come Seoclerks.com, dove un giornalista di Panorama ha recentemente riferito d’essere aggiudicato 22.600 followers per soli 11 dollari, meno di 9 euro.

I prezzi riferiti da Barracuda Labs sono meno stracciati: 18 dollari (14 euro cira) ogni mille contatti. Ufficialmente, la pratica e’ proibita, ma questo non pare avere fermato Romney, che, il 21 luglio, in un solo giorno, ha aggiunto al suo account 117 mila seguaci, un balzo del 17% sul totale: “Abbiamo scoperto – spiega Jason Ding, autore della ricerca- che il 25% dei nuovi seguaci aveva meno di tre settimane, che il 23% non ha mai postato un tweet e che il 10% è stato poi sospeso da Twitter”. Insomma, Romney non solo barerebbe, ma si farebbe pure gabbare. Comprereste da quest’uomo un follower usato?