Pare l’annuncio d’un ritiro, ma in realtà è l’annuncio d’un rinvio del ritiro; e pare una dichiarazione di ‘missione compiuta’, ma in realtà è esattamente l’opposto: è l’ammissione che, vent’anni dopo e centinaia di migliaia di morti dopo, con migliaia di miliardi di dollari spesi, americani ed europei e non solo, l’Afghanistan non è un Paese sicuro con un ordinamento democratico, un assetto stabile e una società coesa, ma resta un intreccio di etnie governato in modo corrotto e inefficiente, destinato a divenire terreno di riconquista dei talebani non appena la via di Kabul sarà libera, protetta solo dalle fragili e inaffidabili forze ‘lealiste’.

La soddisfazione e la rapidità con cui i Paesi dell’Ue, fra cui l’Italia, impegnati in Afghanistan nell’operazione Naton Resolute Support, hanno accolto l’annuncio del ritiro fatto dal presidente Usa Joe Biden testimoniano sollievo per la fine d’un’avventura ormai senza sbocchi più che convinzione dei risultati acquisiti. Mentre, sull’orizzonte delle relazioni internazionali, si profilano altre tensioni più tradizionali, ma persino più inquietanti per la pace e la sicurezza: il riemergere dei contrasti, politici e militari, con la Russia, dove l’Unione europea tiene, cautamente, bordone agli Stati Uniti.

Il presidente Biden ha deciso che tutte le truppe statunitensi lasceranno l’Afghanistan prima dell’11 Settembre, che sarà il 20.0 anniversario dell’attacco all’America condotto da al Qaida nel 2001. Fu il prologo dell’invasione dell’Afghanistan, il 7 ottobre, e del rovesciamento del regime dei talebani, che davano accoglienza e protezione ai campi di addestramento dell’organizzazione terroristica creata da Osama bin Laden, veri e propri ‘santuari’.

Il piano Biden prospetta la fine di quella che doveva essere ‘la lunga guerra’ contro il terrorismo ed è divenuta la ‘guerra infinita’, la più lunga mai combattuta dagli Stati Uniti; e conferma un obiettivo che sia Barack Obama sia Donald Trump si posero, senza però riuscire a raggiungerlo, cioè riportare a casa ‘i ragazzi’ da laggiù.

Il ritiro degli americani comporterà anche il ritiro delle circa 7.000 truppe Nato alleate partecipanti alla missione Resolute Support – il contingente italiano ha circa 800 uomini  -. Nel conflitto, sono morti oltre 2000 militari Usa (53 gli italiani) – dall’8 febbraio 2020 non ci sono più stati militari occidentali caduti in combattimento – e almeno 100 mila civili afghani. Sacrifici umani e colossali investimenti economici non sono serviti a costruire un Paese stabile, unito, democratico.

Mentre cerca di chiudere la lunga parentesi afghana, durata il doppio di quella altrettanto infruttuosa e sanguinosa russa dal 1980 al 1990, Biden cerca di aprire un dialogo con il presidente russo Vladimir Putin, che non rimanda al mittente la proposta: “vediamoci in un Paese terzo”. Putin già lo fece con Trump a Helsinki il 16 luglio 2018, anche se la formula del ‘campo neutro’ richiama soprattutto alla memoria il ‘vertice dei vertici’, l’incontro tra Reagan e Gorbaciov a Reykjavik l’11 e 12 ottobre 1986.

“E’ prematuro parlarne in modo concreto: è una proposta nuova, la esamineremo”: Dmitri Peskov, portavoce del Cremlino, non boccia l’idea. L’incontro, si precisa, potrebbe avvenire in un Paese dell’Ue, non è escluso in Italia, anche se la Rep. Ceca s’è già fatta avanti.

Afghanistan
 
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È attualmente consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali; collabora con vari media (periodici, quotidiani, radio, tv) e con l’Unione europea; gestisce il sito GpNewsUsa2016.eu; tiene corsi in Università e scuole di giornalismo. Inizia l’attività giornalistica a “La Provincia Pavese” nel 1972. Dal 1976 al ’79 è alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, per la quale nel 1979 apre l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue per dieci anni la Cee e la Nato. Nel 1989 è a Roma: caporedattore Esteri, caporedattore centrale Esteri, vide-direttore. Nel 1992 è tra i fondatori dello European Press Club, di cui è tuttora segretario generale. Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 dirige l’Ansa. Dopo è successivamente direttore de l'AgenceEurope, di EurActiv.it e vice-direttore de La Presse.