Il presidente Donald Trump sfugge a un ennesimo attentato – il terzo, in meno di due anni – e resta in stallo nelle trattative con l’Iran, dove fa irruzione il presidente russo Vladimir Putin, schierato con Teheran. Gli sviluppi dell’inchiesta sul fallito attentato di sabato alla cena dei corrispondenti dalla Casa Bianca, all’Hilton International di Washington, sono segnati da uno strascico, tipicamente americano, di polemiche sulle carenze della sicurezza e soprattutto di complottismi.
E le ‘lezioni di democrazia sottilmente impartite’ da un re a un presidente hanno segnato, martedì, l’attualità statunitense, relegando in secondo piano la guerra – ormai di parole – con l’Iran eil corollario della decisione degli Emirati arabi uniti di lasciare l’Opec.
Fanno pure notizia gli strascichi delle vertenze giudiziarie aperte dal presidente Trump contro i suoi nemici. Protagonista di questa puntata è la famiglia Comey: il padre, James, ex direttore dell’Fbi, è stato di nuovo incriminato, dopo che un giudice federale s’era rifiutato di rinviarlo a giudizio, considerando le prove a suo carico inconsistenti; e la figlia Maurene, che era stata licenziata dalla procura federale di New York, è stata reinsediata, perché la misura era abusiva, politicamente motivata -.
Usa-Gbr: la missione di buoni uffici di Carlo III, critiche con humour
La visita a Washington di re Carlo III d’Inghilterra e i suoi discorsi al Congresso e alla cena di gala la sera alla Casa Bianca dovevano ‘ricucire’ lo strappo nella ‘relazione privilegiata’ fra Usa e Gran Bretagna provocato dalle decisioni di Trump e dalle reazioni del premier Keir Starmer. L’occasione è il 250° anniversario dell’Indipendenza degli Stati Uniti che è l’anniversario della vittoria delle fino ad allora 13 colonie inglesi nella guerra di secessione dalla Gran Bretagna.
L’obiettivo è stato sostanzialmente raggiunto, forse anche perché Trump non ha colto tutti i messaggi subliminali (ma non troppo) che il re ha messo in filigrana nei suoi interventi:sottili critiche al magnate presidente, dall’invito a mantenere il sostegno all’Ucraina all’elogio dell’equilibrio dei poteri dello Stato garantito da quei ‘checks and balances’ per cui Trump ha pochissimo rispetto.
I media americani e britannici lo raccontano, anche con giochi di parole divertenti. La Fox, che di solito non scherza con Trump, prende spunto da un regalo fatto dal re al presidente e titola: “Dateci un anello”, ‘ring’, in inglese, giocando con l’assonanza con ‘king’, re, ed evocando in tal modo l’accusa a Trump di comportarsi come un re – di qui, il movimento di protesta ‘no kings’ -.
Carlo III ha anche respinto “gentilmente” – l’avverbio, come le “lezioni di democrazia”, sono del New York Times – gli attacchi di Trump al suo Paese e alla Nato e ha “sottilmente, ma efficacemente” – il virgolettato è della Cnn – messo in guardia l’America dai pericoli che corre la democrazia. Politico scrive: “Dove Trump vede due re, Carlo vede qualcos’altro”. Carlo ha sempre avuto cura di non nominare Trump, quando le sue parole potevano apparirne critiche, tenendo i discorsi sulle generali.
Ma la missione di buoni uffici a Washington di re Carlo III non è sostenuta dall’opinione pubblica del suo Paese: una metà degli intervistati in un sondaggio non l’avrebbe voluta. Nessuno vuole parlare con Trump, nessuno vuole esporsi al rischio di essere ‘bullizzato’ nello Studio Ovale.
Iran: stasi tra guerra e diplomazia, i nodi di Hormuz e dell’economia
L’enfasi mediatica sulla visita del monarca britannico – la prima a Washington da quando è re – coincide con una stasi nel conflitto con l’Iran: la tregua militare sostanzialmente tiene, fatto salvo quanto avviene in Libano; lo stallo diplomatico resta; lo Stretto di Hormuz rimane chiuso, con pesanti ripercussioni economiche globali.
Per il New York Times, Trump non è soddisfatto dei piani dell’Iran per la riapertura dello Stretto, perché rinviano a un secondo momento la questione dei programmi nucleari iraniani. Invece, secondo il Wall Street Journal, l’Iran ha un problema opposto: un surplus di petrolio estratto che non riesce a vendere o comunque ad esportare, causa il blocco dei porti imposto dalla US Navy (ne ha così tanto di invenduto che ne sta riempiendo petroliere in disuso).
I negoziati tra Usa e Iran diventano una prova di surplace per vedere chi cede prima, se Teheran che ha la necessità di vendere il petrolio per rimpinguare le casse dello Stato; o Washington, che avverte la pressione dei consumatori americani e non solo per l’aumento dei costi.
Le ansie energetico-economiche sono acuite dalla decisione degli Emirati arabi uniti di lasciare l’Opec, l’Organizzazione dei Paesi produttori di petrolio, e di fare ‘cavaliere solitario’: la mossa evidenzia il contrasto tra gli Emirati e l’Arabia saudita, considerata la potenza sunnita egemone regionale, in antitesi all’Iran sciita -. L’Opec è stata recentemente oggetto di critiche anche da parte di Trump, che avrebbe voluto aumenti della produzione per calmierare i prezzi.
La frattura in seno all’Opec evoca ulteriori problemi per gli approvvigionamenti energetici di mezzo Mondo, in costanza di chiusura dello Stretto di Hormuz. Essa è intervenuta proprio nel giorno in cui il prezzo della benzina alla pompa negli Usa toccava livelli medi record dalla primavera 2022, cioè da subito dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia: 4,18 dollari al gallone, con un balzo dell’1,6% in 24 ore.
Dati che suonano male per Trump e per le prospettive dei repubblicani nelle elezioni di midterm, che si terranno il 5 novembre. E che possono indurre Trump a cercare di chiudere in fretta la guerra all’Iran: secondo Axios, il magnate presidente avrebbe chiesto alla sua intelligence di sondare come Teheran reagirebbe a una dichiarazione unilaterale di vittoria acquisita – non si sa bene a che titolo – e di cessazione delle ostilità.
Racconta una realtà diversa il Wall Street Journal, secondo cui Trump ha invece chiesto al suo staff di prepararsi a un blocco prolungato dei porti iraniani e, quindi, a una chiusura altrettanto lunga dello Stretto di Hormuz: lui, in realtà, vorrebbe una vittoria chiara, rapida, definitiva, ma nessuna delle opzioni in suo possesso gliela garantisce. Per il quotidiano economico,anche gli iraniani hanno la percezione d’essere entrati in una spirale negativa per il loro Paese, che potrebbe rivelarsi letale: “Le aziende chiudono, la disoccupazione aumenta e i prodotti alimentari sono sempre più inaccessibili” perché scarsi e molto cari.
A fronte dell’assenza di mosse americana, c’è, invece, grande dinamismo della diplomazia iraniana: il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, dopo tappe in Pakistan e Oman, è stato a San Pietroburgo e ha incontrato Putin per due ore, ottenendo sostegno nel conflitto e incoraggiamento a una soluzione diplomatica.
