di MARIATERESA CALIENDO –

Era il 1901 quando Émile Zola sosteneva: “se non è possibile fotografarlo, allora non esiste.
Nel 2011 cambia lo scenario: “Se non è scritto nello status di Facebook, allora non esiste”.
La professoressa Enrica Amaturo introduce il tema del seminario dei venerdì dell’Agcom  Social network e web 2.0 per affrontare le trasformazioni sociali anche dal punto di vista giuridico, tenutosi il 13 gennaio nella sede Agcom di Napoli.

“Quando si parla di digitale bisogna anticipare i tempi. Negli ultimi 50 anni sono cambiate le cose talmente tanto da spingerci ad una rincorsa continua. Bisogna dare la possibilità di anticipare un po’ quello che accadrà domani per aiutare tutti ad affrontare i cambiamenti che rischiano di travolgerci”.
Dopo l’introduzione di Fulvio Ananasso e il collegamento con la sede Agcom di Roma, inizia un dibattito sociologico-giuridico con due esperti di comunicazione, diritto e tutela della privacy: il professor Stefano D’Alfonso e la professoressa Enrica Amaturo del corso di laurea in Culture Digitali e della comunicazione della facoltà di Sociologia di Napoli Federico II.

I giuristi partono da un’idea che il web 2.0 e il web 3.0 forniscano delle utilità sociali. Infatti dal punto di vista giuridico si traduce in esercizio di diritti: privacy e tutela dei dati personali ma soprattutto tutela della personalità dell’ individuo.
Attraverso i social network e il web 2.0 vengono esercitati alcuni diritti e allo stesso tempo ne vengono messi in rischio altri.
“Dalla mia letteratura meno multidisciplinare-spiega il professor D’Alfonso- oggi vi è una netta tendenza ad attribuire a chi crea il problema, la risoluzione del problema stesso: esistono tecnologie che risolvono i problemi della privacy, utili ma sempre in contenuto più ampio della soluzione unica.” Sicuramente le suddetti software moderni non possono risolvere il caso della privacy del singolo utente della rete.
Molti altri parlando di digital literacy, fruitori della rete attenti e consapevoli, che conoscono diritti e sono in una posizione di maturità rispetto ad altri. Ma a questo punto si solleva un’ altra questione importante: “la questione resta: se analizzano caso per caso tutto ciò che accade nel web, l’ordinamento non può controllare e risolvere i problemi sui minori che navigano in rete”.

Nasce inoltre un nuovo concetto di Privacy pubblica dei new media, ispirato al sedicesimo libro giallo della scrittrice Jeffery Deaver Profondo blu.
La storia del rapporto tra pubblico e privato ci narra che un tempo la casa era intesa come luogo privato, intimo, di rapporti veri e reali, tempo degli affetti e tempo della vita pubblica.
“E in rete, ma soprattutto su Facebook e Twitter, non vi pare che sia la stessa cosa?” – spiega la professoressa Amaturo: un individuo per durare nel tempo ha bisogno di due identità: una per occuparsi di tempo pubblico e l’altra per il tempo privato. Oggi assistiamo ad una deprivatizzazione dello spazio domestico e dello spazio pubblico. Lo stesso fenomeno che abbiamo notato quando la televisione e il telefono sono entrate nelle nostre case: il mondo pubblico entrava nel privato, nella nostra privacy.
Successivamente lo stesso telefono ci ha permesso di essere presenti in più luoghi contemporaneamente via Skype, rispondendo ad un sms, e facendo foto per poi pubblicarle su Facebook, always on. La professoressa Amaturo ricorda il sociologo Habermas e la sua tesi sulla base del consenso della prassi quotidiana: con l’ avvento delle comunicazioni di massa cambia anche l’ opinione pubblica.
Nel ’62 Habermas scriveva che la sfera pubblica si “privatizzava”, pericoli che poi si sono affermati nel tempo. C’è un secondo momento in cui si parla delle persone comuni che costruiscono la propria intimità sullo schermo ad esempio il talkshow Grande fratello.
La messa in scena del privato diventa una necessità sui Social Network, una vera e propria autobiografia pubblica costruita online.
Riprendendo le teorie di Bauman, la professoressa Amaturo ricorda la Società del confessionale in cui parliamo di cose intime, in rete, senza considerare che ci sono migliaia di utenti che possono leggerci. Causa: paura di essere esclusi, di non far parte di un gruppo, di isolamento dagli amici. “Che tradotto in termini giuridici significa totale rinuncia alla tutela dei propri diritti” interviene il professor D’Alfonso.

“Fortunatamente le cose stanno cambiando” continua la professoressa Amaturo: secondo recenti statistiche negli Stati Uniti si sta diffondendo l’ idea che Facebook  sia uno strumento pericoloso per il lavoro, dato che i datori di lavoro controllano. “Ciò mi riporta agli anni ’80 e mi ricorda la lista dei buoni doveri dell’impiegato. Caso vuole che anche i grandi social network stanno cambiando forma e prospettiva” si cambiano le regole del gioco per puntare su marketing e pubblicità.

Interviene il professor D’Alfonso dicendo che purtroppo si usano i social network come un portale preferenziale. Significa che un fruitore medio della rete non si collega più ad internet come un utente autonomo, il vero e proprio accesso alla rete, oggi, è divenuto Facebook.

Mariatersa Caliendo

media2000@tin.it

Articolo precedenteSem Bibendum Nullam
Articolo successivoMedia Duemila comincia il suo percorso verso i tablet