Venti punti sul giornalismo digitale è la sfida che ho lanciato al premio Ischia 2024 nella sezione organizzata dal Gruppo Unipol (socio dell’Osservatorio TuttiMedia) perché i giornalisti sono i custodi del nostro sistema operativo primario fondato sulla parola.
Il presidente Mattarella  a Trieste ha sottolineato  che “Democrazia. Parola di uso comune, anche nella sua declinazione come aggettivo. È ampiamente diffusa. Suggerisce un valore”.  Ecco perché dico che i giornalisti sono i custodi della parola e dei suoi significati  giorno dopo giorno o addirittura minuto dopo minuto.
Il presidente Mattarella afferma anche che dobbiamo ambire al “bene comune che non è il bene pubblico dell’interesse della maggioranza, ma il bene di tutti.  Dunque il giornalismo è, o almeno dovrebbe essere, al servizio del bene comune.

Ma vediamo punto per punto il mio manifesto che voglio condividere con Fieg, FNSI, Ordine dei Giornalisti, Mediaset, Rai, Ansa, Agi, Meta, Google, TikTok.

  1. Partiamo da una domanda assillante: Quale è il rapporto tra giornalismo e IA?
  2. L’IA da parte dei giornalisti per verificare i fatti, trovare numeri e statistiche, conoscere i propri lettori, trovare argomenti interessanti, ecc., non è il punto da discutere e su cui riflettere.
  3. La vera sfida posta dall’IA al giornalismo è l’IA generativa (genAI).
  4. Un po’ di storia: prima della genAI, l’IA era paragonabile a uno schiavo e i giornalisti hanno usufruito giustamente dell’opportunità.
  5. L’arrivo della genAI ha trasformato l’IA da schiava a padrona.
  6. Questa inversione ha cambiato il profilo del giornalista.
  7. Da padrone l’AI si impossessa del linguaggio, della redazione, dell’identità, della mente e pone la questione della legittimità del giornalista in quanto autore.
  8. Non è una mera questione di diritto d’autore, ma di perdita di autentica autorialità e di parziale abbandono della responsabilità.
  9. La vera questione per il giornalismo in generale è come recuperare il controllo sulla genAI, sul linguaggio, sulla redazione di articoli e sulla mente per essere di nuovo legittimamente considerato riferimento.
  10. La soluzione è nei database nel nostro telefonino, nel nostro computer, ovunque essi siano che contengono il capitale cognitivo digitale di ciascuno di noi.
  11. Questi contenuti costituiscono il nostro personale capitale cognitivo digitale, che raddoppia e aumenta le nostre capacità mentali.
  12. Il problema è come usare questo contenuto esterno, in modo analogo a come accediamo al nostro capitale cognitivo mentale.
  13. Possiamo porre domande, nello stesso modo in cui sollecitiamo la ChatGPT.
  14. Ma la differenza fondamentale è che ChatGPT si rivolge a grandi modelli linguistici, mentre, in confronto, il nostro capitale cognitivo digitale personale è sempre per forza più circoscritto, ma non per questo meno utile.
  15. Al contrario essendo veramente nostro contiene il nostro controllo del linguaggio, i nostri pensieri, la nostra identità, la nostra esperienza e i nostri valori.
  16. Per accedervi, bisogna strutturarlo e ci sono già applicazioni per farlo; imparare a usarle per costruire il nostro capitale cognitivo dovrebbe essere la prima cosa che le scuole di giornalismo (e non solo) dovrebbero insegnare.
  17. A Media Duemila ci abbiamo provato con i contenuti degli ultimi cinque anni della rivista e, separatamente, con una mia raccolta di saggi.
  18. Ho posto domande al mio capitale digitale personale, come farei con me stesso, ma ho ottenuto risposte diverse e talvolta migliori, sempre perfettamente e onestamente mie.
  19. Mettere il nostro capitale digitale personale in quanto giornalisti a disposizione dei lettori per domande e risposte migliorerebbe le relazioni con loro.
  20. In conclusione, contrariamente alla pigra delega dei poteri redazionali a una macchina, il nostro capitale cognitivo digitale personale diventa la garanzia della nostra identità, della nostra autonomia. Soprattutto delle nostre capacità uniche come giornalisti e della legittimità in quanto autori.
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Derrick de Kerckhove
Direttore scientifico di Media Duemila e Osservatorio TuttiMedia. Visiting professor al Politecnico di Milano. Ha diretto dal 1983 al 2008 il McLuhan Program in Culture & Technology dell'Università di Toronto. È autore di "La pelle della cultura e dell'intelligenza connessa" ("The Skin of Culture and Connected Intelligence"). Già docente presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell'Università degli Studi di Napoli Federico II dove è stato titolare degli insegnamenti di "Sociologia della cultura digitale" e di "Marketing e nuovi media".