di ELISABETTA DURANTE

 

In una fase di cambiamento dell’area mediterranea, come l’attuale, che ha tanti riflessi sulla situazione interna europea, diventano doppiamente preziosi i programmi di aggiornamento e di scambio che Eusja e Ugis offrono ai loro iscritti.

Il pane quotidiano per i giornalisti scientifici, si sa,  è la ricerca, la ricerca che conta, quella che abita nei laboratori internazionali.

L’internazionalità è però una categoria “culturale”, più che geografica, e per questo non è  appannaggio esclusivo delle grandi facilities come il Cern, ma appartiene a tutti i poli di quella potente rete scientifica che sempre più si distribuisce a livello globale: una rete che, nel caso specifico, attraversa in lungo e in largo la Spagna, concentrandosi particolarmente nell’area catalana.  

Accanto a quello scientifico, vorrei sottolineare però anche il valore “metodologico” di questi study trips, che mettono in evidenza l’importanza crescente di un’efficace e corretta comunicazione. Anche sotto quest’aspetto la visita alle strutture di ricerca catalane si è rivelata utilissima, dimostrando come il trasferimento di informazioni e conoscenze sia direttamente proporzionale all’investimento che i vari laboratori dedicano a sistemi, competenze, strumenti di comunicazione.  

Non è un caso che a organizzare e gestire questo programma di studio sia stata la “Catalan Association for Science Communication“, insieme alla superattiva Università di Girona.

Una vera lectio di comunicazione è venuta dal professor Miquel Duran, ricercatore appassionato di  creatività, mathemagics, nanoblogging e bizzarrie varie: guidando il gruppo dei venti giornalisti giunti da tutta Europa (tra cui chi scrive, in rappresentanza dell’Italia) lungo un surreale giro notturno di Girona, ha dimostrato come territorio, arte e storia  si prestino a una lettura scientifica -in chiave chimica – originale, densa di contenuti e di grande presa.

Nell’accecante luce di un assolato mattino catalano ha stupito, per la sua vastità e le attrezzature, il Parco Scientifico e tecnologico che sorge alla periferia della città: 23 gruppi di ricerca suddivisi in 3 centri, 12 istituti e strutture di servizio, 76 imprese, alcune delle quali accompagnate e sostenute dai servizi di incubazione del parco. Da citare, in particolare, l’Istituto di Ricerca sull’Acqua (ICRA) e alcuni altri laboratori specializzati in Food science and technology, Bionspired catalysis, theoretical Chemistry, Advanced IT. Interminabile la sosta davanti alla grande vasca di sperimentazione del centro di Underwater robotics, dove molti sono stati ipnotizzati dal girovagare di un robot che, sotto la forma non esattamente appealing di un siluro, nasconde complessi dispositivi e un sofisticato sistema di visione.

Quella che però mi è parsa la vera perla del parco, è  il Cardiovascular Genetics Center, start up nata per volontà di un cardiologo di fama internazionale, il professor Ramon Brugada, che ha cominciato a interessarsi della materia perché nella sua famiglia è stata per la prima volta  osservata e identificata la cosiddetta “Brugada Syndrome”, una grave anomalia genetica che può comportare un elevato rischio di morte improvvisa.

Dopo altre due tappe interessanti (presso il “Catalan Institute of Food Technology” di Monells e il CSIC di Blanes), il gruppo è approdato al Barcelona Biomedical Research Park (BBRP). Infrastruttura di gran pregio (anche architettonico) collegata all’Hospital del Mar e voluta dal Governo catalano per raccogliere sotto lo stesso tetto ed un comune coordinamento, attività e risultati di sei centri di ricerca. Il settore del BBRP è nel complesso quello della Biomedicina, ma il focus è rappresentato da una decina di settori di alta specializzazione, tra cui Genomica, Proteomica, Bioinformatica, Epidemiologia, Antidoping e patologie su base degenerativa.

 

Elisabetta Durante
DISTI disti.it
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