Mentre Joe Biden officiava un Vertice delle Democrazie un po’ approssimativo, dove si notavano più le assenze delle presenze, la democrazia americana rischiava di essere seppellita da una risata, dopo avere rischiato di essere travolta, il 6 gennaio, dalle migliaia di facinorosi sostenitori dell’allora presidente Donald Trump che diedero l’assalto al Campidoglio.

Il ridicolo, ma anche l’inquietante, si annida nei retroscena dell’inchiesta che una commissione della Camera conduce sulla sommossa del 6 gennaio: incomprensioni, complotti, inefficienze, attacchi alla democrazia, c’è di tutto e ce n’è per tutti.

Di che nutrire l’ironia dei presidenti russo Vladimir Putin e cinese Xi Jinping: esclusi dal Vertice delle Democrazie, i due si rifanno nel loro Vertice virtuale del 15 dicembre. La Cina considera la democrazia Usa “un’arma di distruzione di massa” (un riferimento a iniquità sociali e giudiziarie degli Stati Uniti). La Russia sostiene che “gli Usa dividono i Paesi in buoni e cattivi in base a come appaiono ai loro occhi”.

Il Vertice delle Democrazie
“La sfida dei nostri tempi è preservare la democrazia” e “unirci contro le autocrazie”: il presidente Biden ha aperto il Vertice virtuale lanciando un appello alla mobilitazione per difendere diritti e libertà, partendo dalla constatazione che “metà delle democrazie hanno sperimentato un declino negli ultimi dieci anni, compresi gli Stati Uniti”.

Biden parlava lo scorso fine settimana a oltre 100 Paesi e 80 leader di un mondo dove le restrizioni della pandemia mettono ulteriormente alla prova il rapporto tra governi e cittadini.

Escludendo la Cina e la Russia, Washington ha rinfocolato le tensioni già esistenti su Taiwan, che c’era – nonostante gli Usa non la riconoscano diplomaticamente – e sull’Ucraina. L’invito non è neppure arrivato a due alleati Nato, come Turchia e Ungheria – unico Paese Ue assente -, e neanche ai tradizionali partner degli Stati Uniti in Medio Oriente – tranne Israele e Iraq -. C’erano, invece, nonostante credenziali democratiche controverse, la Polonia, la Serbia, il Pakistan, le Filippine dell’autoritario presidente Rodrigo Duterte, il Brasile del presidente populista, omofobo e negazionista su tutti i fronti, dal clima alla pandemia, Jair Messias Bolsonaro.

“La democrazia non accade per caso, non è una dichiarazione, ma un atto e dobbiamo rinnovarla generazione dopo generazione”, ha ammonito il presidente Biden. “Nel mondo, la democrazia ha bisogno di campioni per affrontare sfide importanti e allarmanti: vogliamo guidare con l’esempio”, ha proseguito, pur riconoscendo che “nessuna democrazia è perfetta” e che anche gli Usa devono “combattere instancabilmente per essere all’altezza dei loro ideali democratici”.

Biden ha invitato i suoi ospiti a unire gli sforzi di fronte agli “autocrati” che “giustificano le pratiche e le politiche di repressione come il mezzo più efficace per rispondere alle sfide del momento”: priorità delle democrazie devono essere la lotta alla corruzione e la difesa di diritti umani e libertà di stampa. Obiettivi per i quali ha lanciato un piano di aiuti da 424 milioni di dollari.

Tra i leader intervenuti, il presidente del Consiglio Mario Draghi, secondo cui le democrazie sono finora state “all’altezza” della sfida della pandemia, ma devono mantenere l’impegno “per libertà, equità e prosperità economica per tutti”. Al tempo del Covid “le nostre istituzioni sono rimaste forti ed efficaci. Abbiamo preservato lo Stato di diritto. Le nostre economie sono in forte ripresa grazie al sostegno senza precedenti fornito dai governi e dalle banche centrali”, ha ancora detto Draghi, ricordando il Recovery Plan europeo come “esempio di resilienza e democrazia nei giorni più bui della crisi”.

La replica di Xi e Putin, il triangolo scaleno è quasi isoscele
Per Biden, il Vertice è stata l’occasione per riproporre il duello che ritiene decisivo nel XXI Secolo, quello tra democrazie e autocrazie o dittature. Ma se lui si rivela un interlocutore ostico ed esigente, Xi e Putin si cercano e si tengono bordone a vicenda: messe da canto tensioni e rivalità, Cina e Russia esibiscono la solidità delle relazioni bilaterali che “hanno superato varie tempeste e dimostrano nuova vitalità”.

Parole del presidente russo Vladimir Putin condivise da quello cinese Xi Jinping, stando a resoconti del loro secondo vertice 2021 durato un’ora e mezzo. Mentre esaltano il loro bilateralismo, Cina e Russia, incuranti della contraddizione, si presentano come “pilastri del vero multilateralismo e alfieri dell’equità e della giustizia internazionali”.

L’incontro virtuale tra Xi e Putin chiude il triangolo scaleno delle consultazioni fra i tre maggiori protagonisti della politica mondiale, dopo i vertici – sempre virtuali – tra il presidente Usa Biden e Xi il 15 novembre, con lo spettro d’uno scontro per Taiwan sullo sfondo, e Putin il 7 dicembre, con le tensioni sull’Ucraina in primo piano.

Il triangolo dei rapporti tra Usa, Russia e Cina è scaleno, ma è quasi isoscele: il lato più corto corre tra Mosca e Pechino, mentre Washington è pressoché equidistante. Tra Usa e Cina, c’è una sfida proiettata nel XXI Secolo; tra Usa e Russia, un confronto nel presente.

Per Xi e per Putin, il deterioramento delle relazioni con Biden ha coinciso con il deterioramento delle relazioni con gli alleati europei degli Stati Uniti. Lo scorso week-end, il G7 dei ministri degli Esteri ha denunciato l’ammasso di truppe di Mosca ai confini con l’Ucraina e le violazioni dei diritti fondamentali a Hong Kong e nello Xinjiang, oltre che l’aggressività di Pechino (solo verbale finora) verso Taiwan.

Nel concreto, Xi e Putin non sono andati molto oltre generiche dichiarazioni di unità d’intenti e di volontà di cooperazione. Il leader cinese è pronto a “nuovi piani di cooperazione in vari campi, per lo sviluppo duraturo e di alta qualità dei legami bilaterali”. Per quello russo, “è stato forgiato un nuovo modello di cooperazione tra i due Paesi” che include la “determinazione a trasformare il nostro confine comune in una cintura di pace eterna e di buon vicinato”.

Pechino – assicurano a Mosca – ha dato “pieno sostegno” a un’iniziativa russa per ottenere “garanzie di sicurezza” dall’Occidente (un testo in merito è stato appena trasmesso a Washington).

E l’Ue? Dovrebbe trasformare il triangolo in un quadrilatero, ma, per il momento, è fuori dai giochi, alle prese con l’ennesima ondata pandemica e con i suoi piani di rilancio economico. Vedremo che cosa uscirà dal Vertice europeo oggi e domani.

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È attualmente consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali; collabora con vari media (periodici, quotidiani, radio, tv) e con l’Unione europea; gestisce il sito GpNewsUsa2016.eu; tiene corsi in Università e scuole di giornalismo. Inizia l’attività giornalistica a “La Provincia Pavese” nel 1972. Dal 1976 al ’79 è alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, per la quale nel 1979 apre l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue per dieci anni la Cee e la Nato. Nel 1989 è a Roma: caporedattore Esteri, caporedattore centrale Esteri, vide-direttore. Nel 1992 è tra i fondatori dello European Press Club, di cui è tuttora segretario generale. Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 dirige l’Ansa. Dopo è successivamente direttore de l'AgenceEurope, di EurActiv.it e vice-direttore de La Presse.