Intervengo sul dibattito aperto dalle dichiarazioni di Mark Zuckerberg, secondo cui Meta starebbe sviluppando un clone digitale del proprio CEO per interagire con i dipendenti.
Il titolo dell’articolo pubblicato dal Corriere della Sera il 14 aprile mi è sembrato fuorviante. Ho pensato subito a uno scenario radicale: la possibilità di creare un clone per ogni figura chiave dell’organizzazione, fino ad arrivare a una progressiva sostituzione della presenza fisica con quella virtuale. Una visione quasi distopica, in cui il lavoro si sposta completamente nello spazio digitale e la realtà rischia di essere messa tra parentesi.
Ma non è questo il punto. Qui si tratta, più precisamente, della creazione di un clone di Zuckerberg stesso. E questo, in fondo, risponde a un’esigenza molto concreta: non si può essere ovunque nello stesso momento. Il clone diventa quindi un’estensione operativa della persona, uno strumento per moltiplicare la propria presenza all’interno dell’organizzazione.
Ciò che trovo interessante è che non si tratta di una semplice replica informativa. Questo gemello digitale è pensato per restituire le sfaccettature della personalità: i gesti, il tono della voce, le espressioni. Non trasmette soltanto contenuti, ma simula una relazione. E in questa simulazione emerge una forma di autenticità percepita nel dialogo.
A questo punto mi pongo una domanda: possiamo ancora parlare di “capitale cognitivo”? Io credo di no, o almeno non soltanto. Quando iniziamo a digitalizzare anche i comportamenti, l’espressività, lo stile relazionale, entriamo in un’altra dimensione. Parliamo di qualcosa che riguarda l’essere stesso: un vero e proprio “capitale dell’essere”.
Questo passaggio mi sembra paragonabile a quello che stiamo osservando nell’intelligenza artificiale: il passaggio dai large language model ai large world model. Nel primo caso abbiamo una rappresentazione del linguaggio; nel secondo, un sistema capace di agire, di operare nel mondo. Allo stesso modo, il clone non è più solo una rappresentazione, ma diventa un agente, una presenza operativa.
Naturalmente, è importante distinguere. Clonare sé stessi per facilitare la comunicazione e la gestione è una cosa. Clonare i dipendenti per sostituirli è un’altra, molto più problematica. Questa seconda ipotesi, che inizialmente mi era venuta in mente, non è però ciò che emerge da questa iniziativa.
Quello che vedo, piuttosto, è la realizzazione di un desiderio che accompagna da tempo chi vive negli ambienti digitali: poter essere presenti in più luoghi contemporaneamente. Un’aspirazione che non è solo tecnologica, ma profondamente umana. In fondo, quante volte abbiamo pensato di aver bisogno di una seconda versione di noi stessi?
